Il libro indaga il potere delle parole come dispositivi progettuali e politici, capaci di rendere visibili convergenze, conflitti, divergenze e sfumature di senso che emergono nei contesti sociali complessi, mettendo in discussione l’idea di un linguaggio neutro e universale.
Radicato nella definizione di democrazia proposta da Hannah Arendt e ispirato all’artefatto del vocabolario, il progetto assume il linguaggio come spazio agonistico di confronto, negoziazione e costruzione collettiva di significati. L’obiettivo non è quello di imporre definizioni condivise, ma di disarticolare e potenzialmente riarticolare prospettive differenti all’interno di uno specifico contesto, attraverso processi collaborativi che coinvolgono una pluralità di attori e stakeholder. In questo senso, il Situated Vocabularies si configura come una piattaforma conversazionale che rende esplicite le interdipendenze tra soggetti, saperi e visioni del mondo, valorizzando anche le tensioni e le asimmetrie di potere che attraversano tali relazioni.




